Quando si parla di infestazioni da formiche in ambito edilizio, l’immaginario comune porta a pensare a qualche insetto che si muove in fila indiana sul pavimento della cucina. La realtà, in alcuni casi, è ben diversa e decisamente più preoccupante: negli ultimi anni abbiamo assistito a un crescente utilizzo dei materiali isolanti a scopo di coibentazione e miglioramento dell’efficienza energetica dei fabbricati, parallelamente, sono aumentati i casi di infestazione di formiche. Questo perché le formiche si possono introdurre facilmente dentro le intercapedini dove sono alloggiati i pannelli coibentanti, nei quali scavano le gallerie danneggiandoli irrimediabilmente.
Le protagoniste di questi episodi sono soprattutto le Crematogaster scutellaris — le cosiddette formiche acrobate — le Camponotus, note anche come formiche carpentiere, e le Lasius niger, la cosiddetta formica nera. Specie diverse per morfologia e comportamento, ma accomunate dalla stessa attitudine: scavare gallerie all’interno del polistirene espanso (EPS e XPS) o di altri isolanti sintetici per ricavarsi uno spazio dove nidificare.
A livello domestico, queste specie sono note da decenni, già dagli anni ’70, periodo in cui la coibentazione degli edifici ha iniziato a diffondersi in modo massiccio. Con l’aumento dell’utilizzo di materiali isolanti leggeri e facilmente lavorabili, le formiche hanno trovato ambienti ideali in cui insediarsi: asciutti, protetti dagli sbalzi termici e difficilmente raggiungibili dai predatori.

Il punto fondamentale da capire è che le formiche non si nutrono dell’isolante, lo scavano. Il polistirene è un materiale leggero, friabile e facilmente lavorabile per questi insetti, che lo trovano perfetto per costruire le camere e i corridoi del nido. L’interno del pannello è asciutto, termicamente stabile e protetto sia dai predatori che dagli agenti atmosferici: condizioni ideali, soprattutto nei mesi freddi, quando le colonie cercano attivamente riparo. Le facciate e le coperture coibentate diventano così una destinazione privilegiata, e il fatto che l’accesso avvenga attraverso fessure molto piccole, che spesso sfuggono alla vista, rende la prevenzione difficile da garantire in modo assoluto.
La difficoltà nel prevenire questi attacchi sta nel fatto che le formiche riescono a introdursi negli edifici attraverso punti di accesso minimi, spesso del tutto invisibili, come:
- tubazioni e canaline di impianti elettrici o tecnici;
- cavi elettrici e telefonici;
- piante rampicanti, come l’edera, o alberi a ridosso dell’edificio;
- angoli e punti di raccordo del fabbricato, che facilitano la risalita verso il tetto e le pareti.
Uno dei segnali più frequenti che portano i clienti a richiedere un controllo è la presenza di piccoli cumuli di “segatura” sul pavimento. Spesso si pensa immediatamente a un attacco di tarli, nella maggior parte dei casi, però, si tratta proprio dell’attività delle formiche: nidificando all’interno del cappotto termico del tetto, espellono all’esterno residui di materiale scavato attraverso le fessure presenti tra travicelli e mezzane oppure tra le tavole del perlinato. Questo dettaglio apparentemente può sembrare banale, invece indica una colonia già attiva e organizzata.

I danni che una colonia ben insediata è in grado di produrre nel tempo sono tutt’altro che trascurabili. Le gallerie che si aprono all’interno dei pannelli riducono progressivamente la capacità isolante dell’intero sistema, generando ponti termici che si traducono in dispersione di calore in inverno e accumulo in estate, con un impatto diretto sui consumi energetici dell’edificio. Nelle infestazioni più avanzate, le sezioni danneggiate possono favorire infiltrazioni di umidità, aggravando ulteriormente il quadro strutturale. A livello igienico, le formiche sono vettori di batteri e tendono ad attirare altri parassiti nelle zone limitrofe.
Quando il problema viene ignorato troppo a lungo, il costo degli interventi di ripristino del cappotto può raggiungere cifre considerevoli — spesso di gran lunga superiori a quelle di un trattamento professionale tempestivo.

Di fronte a questo scenario, l’unico approccio che porta a risultati concreti e duraturi è un intervento professionale strutturato. I prodotti da scaffale — spray, polveri, repellenti fai-da-te — agiscono esclusivamente in superficie e non raggiungono mai il cuore del problema: il nido e la regina. Finché la regina è viva e indisturbata, la colonia si rigenera e l’infestazione continua. Il metodo più efficace prevede l’utilizzo di esche specifiche, selezionate in base alla specie identificata, posizionate nei punti strategici di transito delle formiche operaie. Queste raccolgono l’esca e la trasportano al nido, dove raggiunge anche la regina, abbattendo l’intera colonia dall’interno. È un processo che richiede tempo, precisione e una conoscenza approfondita del comportamento delle diverse specie: non tutti i prodotti funzionano allo stesso modo su tutte le formiche, e un posizionamento errato può vanificare l’intero trattamento. A questo si affianca la sigillatura professionale dei punti di accesso identificati, eseguita con materiali compatibili con il sistema isolante esistente, per impedire nuove colonizzazioni. Il monitoraggio nel tempo completa il quadro, garantendo che l’intervento abbia avuto l’esito desiderato e che non si stiano formando nuovi focolai. Affidarsi a chi conosce questi meccanismi non è una spesa: è la scelta che, concretamente, tutela l’integrità dell’edificio.

